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9 febbraio 2020 19:18 — 0 Commenti

“Don Raimondo ora siedi sul davanzale del Paradiso”. E alle esequie i bambini gli siedono accanto

In un articolo, per quanto lungo, non ci può stare una vita intera. Eppure, oggi domenica 9 febbraio al Cavolaforum, alle esequie di don Raimondo Zanelli, 90 anni, in molti hanno raccontato della sua lodevole opera di uomo e di parroco, per quanto sia difficile racchiudere la complessità dell’animo umano nello spazio delle parole.

A Cavola c’erano oltre 600 persone, una quarantina di sacerdoti, alcuni amministratori con fascia tricolore, i rappresentanti di forze dell’ordine e associazioni del territorio, la gente comune, il suo coro, i suoi bambini, uno anche di sei mesi. Sono proprio i più piccoli che gli siedono accanto per tutta la funzione nella sua ultima messa. Don Raimondo riposa in una cassa semplice, di pino bianco, come quella che accolse Papa Giovanni Paolo II. Sul cofano una croce, non centrata, leggermente spostata su un lato.

“Oggi è una giornata di speranza e di gioia piena, come sapeva dare lui” introduce il vicario generale del Vescovo, monsignor Alberto Nicelli. Quindi legge il messaggio del vescovo Massimo Camisasca che ricorda “un ministero, quello del parroco emerito di Cavola di Toano, Corneto e Cerrè Marabino, lungo e fecondo. Sapeva parlare in modo semplice e diretto e, così, annunciava il Vangelo. Grazie ai parrocchiani che lo hanno accompagnato in questi anni di sofferenza, sono profondamente commosso”.

Nel Cavolaforum non c’è posto per tutti, per quanto si stia in piedi, e allora monsignor Guiscardo Mercati, cui è lasciato il ricordo nella predica, cerca di essere sintetico. “Il Vangelo delle Beatitudini che abbiamo letto oggi – afferma don Guiscardo – è quanto di meglio potevamo leggere per don Raimondo, per lui che è stato contento di essere prete. Era il prete di tutti”.

Il parroco di Carpineti ricorda il cammino di fede di don Raimondo, partito dalla madre Maria, dal dono della Madonna (della Neve, quella cui lui era devoto) che lo aveva accompagnato, lui giovane seminarista, sin da quando vide il martirio di don Iemmi e di cui raccolse il testimone insaguinato, dall’ordinazione al valore dell’amicizia “anche quando avevamo idee differenti, ma sapevamo giungere a un punto di incontro”. “Don Raimondo sapeva parlare di Dio in modo saggio. E’ stata una luce che, senza mettersi in mostra, ha saputo irradiare del suo dono. E’ stato, parafrasando un libro, uomo, cristiano, prete. Un prete che, come i pastori, deve avere l’odore del suo gregge. Ricordo quando, dovendo entrare in parrocchia a Cerreto, mi raccontava delle liti cui aveva assistito a inizio del suo mandato proprio lì, per i pascoli contesi tra cerretani e quelli di Succiso, anche con qualche randellata che, forse, lui stesso aveva preso”.

“Nella sua vita ha incarnato la Croce di Cristo, senza aver fatto pesare i suoi ultimi anni di sofferenza, il distacco dalle sue parrocchie, per quanto ne conservasse nostalgia del servire le stesse parrocchie e della stessa amicizia”. “Se avesse sentito le mie di liturgie…” aveva confidato orgoglioso don Raimondo pochi giorni fa, riferendosi al vescovo Camisasca, a don Guiscardo che lo informava di una lettera  pastorale sulla liturgia. Prega per i suoi parrocchiani, nel suo testamento don Zanelli.

Nelle preghiere e nei tanti ricordi finali emerge una figura alquanto articolata di don Raimondo che, negli ultimi anni era pure stato minacciato per la sua posizione di denuncia contro la discarica di Poiatica, poi chiusa: “Grazie don” si legge per questo in un semplice striscione bianco all’ingresso. Era “testimone di una fede che viene da lontano senza se e senza ma. E se un anziano  che muore è una biblioteca che brucia – dirà Silvia Razzoli – noi oggi perdiamo molto. Ma vorrei provare a darle del tu, per la prima volta, per ringraziare per le tante cose belle che ci ha lasciato”. E le elenca. “Sapeva citare Sant’Agostino così come i classici della cultura montanara. Pur a volte non capendoli ci fidavamo di lui quando prestava attenzione a riti che a noi sembravano anacronistici, come la benedizione delle croci nei campi che danno la vita, ma che forse non lo erano”.

“Ci ha insegnato ad amare, a rispettare e a credere in Cristo. Non smetteremo mai di averti con noi”, lo saluterà il nipote Sandro Zanelli.

“Ci sta guardando dalla finestra del Paradiso affacciato sul davanzale” cita un religioso. E quindi ancora i grazie di giovani e meno giovani: “Per essere stato una guida, per il sapere condurre le preghiere e i rosari, per il suo cuore grande che abbracciava tutto, per l’ultima benedizione a Natale e per l’avere insegnato la bellezza di essere cristiani, sotto la protezione della Madonna della Neve”.

Ora, dirà un suo amico sacerdote, “don Raimondo è un pezzo da 90 è seduto nel Parlamento del Paradiso”. Al termine del rito funebre, i sacerdoti più giovani lo accompagnano in spalla al carro funebre. Da lì il corteo salirà al cimitero della sua amata Cavola. Il cielo è plumbeo. Dall’altro versante, guardando proprio in direzione Cavola accade una di quelle strane coincidenze che non ti sai spiegare. Un raggio di sole squarcia il grigio delle nubi e si possa proprio verso la sua ultima destinazione.

 

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Gabriele Arlotti ha scritto 2567 articoli per Studio Arlotti

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