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3 agosto 2018 10:26 — 0 Commenti

Venti anni dall’Ultima Cena di Mercati: gli amici divennero apostoli. Un rinascimentale moderno che incanta nell’Appennino #arte #madeinitaly

 

Chi la ha ammirata ne è rimasto colpito, vuoi per la sua bellezza, vuoi per la sua posizione dominante sopra l’altare della chiesa dei Santi Quirico e Giuditta. Il quadro “L’Ultima Cena” che, dal luglio del 1998, ha cambiato il volto di questa chiesa che si affaccia sulla vallata verso il Ventasso, venne commissionata da don Gianni Manfredini, parroco dell’Unità pastorale del tempo.

“Non avevo mai fatto opere di quelle dimensioni – racconta a Redacon, Roberto Mercati, 54 anni di Savognatica di Carpineti, dove vive, dipinge e studia è  insegnante di arte (musica e disegno) e di ginnastica per la mente, già pianista con Anima Montanara e offre consulenze musicali al musicista Mattia Toni di Casale – e devo dire che fu una vera e propria sfida”.

Molti, ammirandolo, si chiedono quali simbolismi racchiude, e come lo ha potuto realizzare. Per questo lei ha pensato, a distanza di 10 anni, di fare un “pomeriggio di arte e amicizia” dove, alle 16.30, si potrà visitare la Chiesa e la sua opera, con spiegazione di tecnica e simbolismi, quindi a seguire la visita all’esposizione delle opere di aereografia in miniatura del collega artista Claudio Mazzi, nella sua Casella di Cola. Ci vuole anticipare quale storia su questa opera che, tra le contemporanee delle nostre chiese, è sicuramente una delle più significative?

“Dopo la committenza della Parrocchia, il quadro fu una mia ideazione. Per realizzarla mi sono basato sul confronto dei Vangeli per ricostruire la scena. I 12 apostoli sono disposti attorno a un tavolo basso, in una stanza al primo piano. La composizione ha una struttura piramidale con Gesù al vertice. La parte sinistra del quadro è nell’intimità e rappresenta la vita di preghiera del cristiano, la destra ha le aperture  (finestre e archi), e fa riferimento il compito di evangelizzare e portare la Parola al mondo (simboleggiata appunto dalla apertura)”.

Furono diversi i motivi di stupore all’epoca. C’è chi riconobbe una visuale panoramica su Cola, chi qualche sue amico…

“Sì, dalla finestratura si vede Cola verso ponente in primavera – estate. In merito alle persone raffigurare, ricordo che dopo aver disegnato un bozzetto chiamai i modelli a casa mia, erano tutti amici. Li vestii con abiti presi dallo spettacolo teatrale Quando il gallo canta (del Meeting dei giovani della montagna) e li misi, appunto, in posa secondo il bozzetto. Quindi li fotografai e iniziai il lavoro”.

Sono passati due lustri, vogliamo ricordare chi erano gli amici-apostoli?

“Il mio carissimo amico, compianto, Gabriele Giovanelli (Giovanni), Adamo Carubbi, mio compagno di banco a geometri, Michele Pignedoli, ingegnere, Angelo Briganti medico a Correggio fisiatra, Silvio Bertucci, oggi assessore a Castelnovo, Daniele Marchesi, ingegnere, io di profilo che faccio San Matteo (come lui mi ero convertito da pochi anni e avevo interpretato quel ruolo nello spettacolo del Meeting). Gesù e Giuda sono di mia fantasia. Dopo la foto dei modelli in posa ricreai un bozzetto definitivo e lo ingrandii sulla tela”.

Una tela di dimensioni non comuni.

“Sì l’opera misura 4 metri di lunghezza per 2.5 di altezza, quindi dovetti comprare una tela fine di queste dimensioni, in un piccolo negozietto di Reggio Emilia, la pagai 700.000 lire. Era un altro… secolo. La dipinsi interamente nel mio studio a Savognatica di Carpineti e, anche, nel garage per avere una visuale a distanza. E’ dipinta tutta a olio”.

Don Gianni, visto il risultato, fu bravo ad incaricarla. “Semplicemente don Gianni vide aveva visto i miei primi due ritratti (di mia madre e di Gabriele Giovanelli). Prima di allora non avevo mai dipinto ad olio! Credo che fu un po’ folle da commissionarmi un quadro per l’abside spoglio. Ma io ancor più folle accettati la sfida”.

Quanto tempo ci volle?

“Dopo sei mesi di lavoro la inaugurammo”.

Altre curiosità sull’opera?

“Nel quadro c’è il dipinto di un tappeto antico: feci ricerche in biblioteca per individuarne uno simile. Nei Vangeli, infatti, c’è scritto che c’era un tappeto. Ho dovuto inventare un sistema ingegnoso per disegnarlo in prospettiva centrale, con corde fissate a punti di fuga laterali. Ricordo che per dipingere il panneggio delle ginocchia di Gesù dovetti costruire un manichino con legno e bottiglie di plastica di Coca Cola: le ginocchia di Gesù ‘sono le due bottiglie’”.

Quel quadro, all’inaugurazione di venti anni fa, venne celebrato anche con una cartolina commemorativa. Un esperto della Diocesi, impegnato nel censimento delle opere nelle chiese, la apprezzò molto e disse che “era un buon  connubio tra il figurativo rinascimentale e il moderno”. Più semplicemente molte persone che salgono a messa, rimangono incantate e col naso all’insù persi in quel caleidoscopio di colori e di visi. E dei suoi simbolismi.

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Gabriele Arlotti ha scritto 2376 articoli per Studio Arlotti

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