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10 aprile 2018 5:36 — 0 Commenti

“La disabilità era negli occhi di chi guardava!”. Parola di Michele Campani, direttore di Tuttomontagna

Michele Campani è un volto noto in Appennino. Lo è per essere direttore ed editore della storica rivista Tuttomontagna, apprezzato grafico, in passato contitolare della discoteca Kiss di Cavola. Quindi è un appassionato pallonaro del “Montagna”, anche con il “suo” Rondinara e, di recente, è forte di successi canori tra le borgate della provincia e Cuba. Per una volta, però, quello che ha stupito una platea di oltre novanta giornalisti, ma anche alcuni suoi amici,  è stato ascoltare il racconto sulla vita dopo l’incidente, che lo ha reso paraplegico, di come questo si sia riflettuto sulla vita di tutti i giorni. Una confidenza fatta in passato assai di rado. Ma, stavolta, l’occasione era giusta, a Reggio, presso l’Associazione Italiana Sclerosi Multipla si teneva il Seminario di Formazione “Comunicare l’handicap”, promosso dall’Ordine Giornalisti e dalla Fondazione Giornalisti dell’Emilia-Romagna in collaborazione con Associazione Stampa Reggiana “G. Bedeschi” – associazione in cui Redacon è rappresentata.  Una testimonianza significativa che, proprio per i lettori di Redacon, abbiamo ritenuto di dovere raccogliere.

Uno scatto dell’ultima celebrazione per i 25 anni di Tuttomontagna, il mensile fondato e ora diretto dallo stesso Michele Campani. Al tavolo dei relatori anche Giuseppe Adriano Rossi, Mario Paolo Guidetti e Giuseppe Giovanelli

 

 

Un incontro dove si è pure parlato degli importanti cambiamenti accaduti negli ultimi lustri in Appennino. «Perché c’è stato un periodo in cui chi aveva una disabilità fisica non lo si doveva mostrare anzi doveva stare in casa».

«Sono portatore di handicap – ha esordito Campani – ahimè ormai da oltre 43 anni, quindi di lunga militanza, avrei un doppio motivo per raccontare qualcosa di personale. Dico doppio motivo perché nel 1975, dopo il mio incidente, e anche l’anno successivo, sono stato involontario protagonista di un evento che ha visto scendere in campo proprio il mondo dell’informazione, per la precisione era la vecchia Gazzetta di Reggio. Il giornale cittadino mise in moto una grande sottoscrizione per consentire ai miei genitori – che non ne avevano le possibilità, essendo di famiglia contadina – di mandarmi (e mia madre accompagnarmi) in un cosiddetto “viaggio della speranza” in Cecoslovacchia, dove venni ricoverato per alcuni mesi sia nel ‘75 che nel ‘76 in una clinica della Boemia. Credo che sia stata la prima iniziativa di questo tenore nella nostra provincia, per la portata che assunse direi sicuramente se non la prima, la più importante. Un esempio, insomma, di quanto la stampa, l’informazione, possa essere indirizzata anche verso scopi particolari e non certo meno nobili».

L’intervento di Michele Campani al seminario di formazione su come comunicare l’handicap

Erano anni arcaici, quelli per quanto riguarda la sensibilità verso le persone con qualche disabilità. 

La famiglia era il confine naturale entro cui si poteva trovare affetto, attenzione e comprensione. Io dalla mia, e da mia moglie Luigia in seguito, ho avuto molto, sono stato fortunato. La famiglia, però, a volte diventava però una vera e propria prigione per tanta gente, forse per quasi tutti i disabili, che fuori dalle mura domestiche ben difficilmente si azzardavano ad uscire…

Un incontro dove si è pure parlato degli importanti cambiamenti accaduti negli ultimi lustri in Appennino. «Perché c’è stato un periodo in cui chi aveva una disabilità fisica non lo si doveva mostrare anzi doveva stare in casa».

«Sono portatore di handicap – ha esordito Campani – ahimè ormai da oltre 43 anni, quindi di lunga militanza, avrei un doppio motivo per raccontare qualcosa di personale. Dico doppio motivo perché nel 1975, dopo il mio incidente, e anche l’anno successivo, sono stato involontario protagonista di un evento che ha visto scendere in campo proprio il mondo dell’informazione, per la precisione era la vecchia Gazzetta di Reggio. Il giornale cittadino mise in moto una grande sottoscrizione per consentire ai miei genitori – che non ne avevano le possibilità, essendo di famiglia contadina – di mandarmi (e mia madre accompagnarmi) in un cosiddetto “viaggio della speranza” in Cecoslovacchia, dove venni ricoverato per alcuni mesi sia nel ‘75 che nel ‘76 in una clinica della Boemia. Credo che sia stata la prima iniziativa di questo tenore nella nostra provincia, per la portata che assunse direi sicuramente se non la prima, la più importante. Un esempio, insomma, di quanto la stampa, l’informazione, possa essere indirizzata anche verso scopi particolari e non certo meno nobili».

 

Erano anni arcaici, quelli per quanto riguarda la sensibilità verso le persone con qualche disabilità. « La famiglia era il confine naturale entro cui si poteva trovare affetto, attenzione e comprensione. Io dalla mia, e da mia moglie Luigia, ho avuto molto, sono stato fortunato. La famiglia, però, a volte diventava però una vera e propria prigione per tanta gente, forse per quasi tutti i disabili, che fuori dalle mura domestiche ben difficilmente si azzardavano ad uscire… Forse solo in chiesa. In generale c’era questa idea diffusa della vergogna, non si sa poi per cosa, e le persone con difficoltà si tenevano in casa, quando non in un istituto. Oggi per fortuna si guarda  il tutto con occhi diversi e di certe cose possiamo perfino permetterci di ridere. Però era così. E se le cose sono cambiate non è certo accaduto per caso».

 

Allora come è avvenuto il cambiamento?

«Io credo – ha detto il direttore di Tuttomontagna – che gli eroi non siano solo quelli che muoiono in guerra, anche in tempo di pace – almeno nei nostri paesi occidentali – se ci si vuole impegnare per migliorare il mondo si può diventare eroi allo stesso modo. Lo è stato e lo è tuttora per i diritti civili, pensate solo alla battaglia contro il razzismo e l’apartheid negli anni cinquanta e sessanta… e anche in tempi più recenti. I nostri tempi.  Dico questo per dire che anche sul tema dell’handicap c’è stato chi ha messo in campo cuore, idee, volontà, sacrifici, lotta».

 

Da dove si è partiti?

« Dagli anni ‘70 in cui le città e i paesi non erano pronti per offrire opportunità a noi persone in carrozzina, erano anzi ostili. Ma prima ancora delle barriere architettoniche c’era da abbattere altri ostacoli di tipo concettuale, etico, i pregiudizi e le barriere mentali. Ecco, piccola parte di questa opera posso dire di averla avuta pure io rifiutando il confino nelle mura domestiche ma partecipando alla vita del mio paese, della mia città in tutti i modi possibili, infrangendo qualche tabù».

 

Barriere architettoniche… nelle persone, ne ricorda qualcuna Campani?

«Potrei citare il mondo del divertimento, nascevano le discoteche. E la prima volta che andai in discoteca un pomeriggio venni respinto. Eppure anni dopo quella vicenda, il discotecaro diventò la mia professione. Alla fine però il passaparola funzionava: “vieni anche tu dai, guarda che c’è un ragazzo in carrozzina che lo vedo spesso”. Così successe al Marabù ma anche al Mirabello come in tanti altri posti».

 

Cosa si provava?

«Senza voler suscitare sentimenti di pietà vi dico solo che non è una bella sensazione dover accedere a un edificio o un posto qualsiasi e trovarsi davanti a un semplice gradino troppo alto oppure a una scala, magari solo alcune “pecche” per accedere a un ascensore. Eppure di questi “mostri” in giro c’è pieno! Poi pian pianino questo popolo invisibile fino ad allora diventò numeroso, anche appetibile. Utenti come altri, clienti come altri. La società, sollecitata da persone intelligenti e sensibili ha cominciato a porsi il problema e anche l’eliminazione graduale delle barriere architettoniche ha cominciato a diventare un obiettivo, a tramutarsi in legge; quella per il collocamento obbligatorio è stato un passo importante, anche se spesso questa e altre norme vengono aggirate. C’è ancora da fare tantissimo, ma il tempo forse non è passato invano. Sono fiducioso».

 

Cosa ritiene ci sia ancora da fare?

«Oggi più che mai è necessario guardare oltre quella che è la tradizione puramente compassionevole dell’assistenzialismo e considerare il soggetto disabile come una persona che desidera anche divertirsi, viaggiare e praticare attività sportive, integrandosi con gli altri. Anche se questo termine “integrarsi” penso che non dovrebbe neppure essere usato: siamo tutti persone, semplicemente, senza distinzioni di colore della pelle o di stato fisico o mentale.  Per questo motivo abbiamo proposto e realizzato diverse iniziative ed eventi in collaborazione con Enti pubblici e soggetti privati. Ho citato un popolo invisibile che ora è visibilissimo. E che aspira a fare ciò che tutti fanno: lavorare, guidare, viaggiare, amare, fare attività sportiva. Visibilissimo anche grazie a testimonial d’eccezione come Alex Zanardi o Bebe Vio o tanti altri, diventati per tutti dei veri e propri miti viventi. Esempi. Molto bella, a questo proposito, l’iniziativa del Resto del Carlino di dedicare spesso – quasi una rubrica fissa – una pagina a un atleta paralimpico».

 

E oltre a lei anche alcuni casi importanti hanno segnato la coscienza collettiva negli ultimi anni nella nostra terra.

«Rimanendo nell’ambito in cui opero con Tuttomontagna, cito solo alcuni amici, in questo filone sportivo/combattivo, che compaiono spesso anche sul mio giornale e cui io per primo ho dato la giusta visibilità perché tutti abbiamo bisogno di esempi, tutti hanno bisogno di sapere che la vita è bella e va vissuta sempre e comunque con coraggio e allegria. Questi amici li conoscete poi tutti, sono Massimo Croci, il celebre Mally, e Fabio Azzolini, arciere che ha preso parte a ben tre Paralimpiadi. Mally a una sola ma è in tempo a recuperare. Fabio, pensate, è rimasto paralizzato dopo un incidente che ebbe una notte mentre rientrava dalla mia discoteca di Cavola in cui spesso mi dava una mano in alcune mansioni. Sono persone che a loro modo hanno riso in faccia a un destino beffardo come il mio. Dico riso in faccia anche se in realtà vivere una certa condizione fisica significa una battaglia quotidiana da quando ti svegli al mattino fino a quando ti addormenti la sera successiva. Però dimostrare che si puòwe can, citando una frase persino abusata – è un bel segnale. Nel prossimo numero di Tuttomontagna sarà fra gli altri protagonista un altro montanaro tosto come Gabriele Colombani, anche lui in carrozzina, uno sportivo autentico: una sua bella intervista. Pensate che si arrampica con le sole mani in parete verticale! Fra i miei collaboratori, infine, mi piace ricordare qui Valeria Ferretti Incerti – e qui Campani si commuove – , anche lei disabile, scomparsa purtroppo nell’agosto di due anni fa a soli 29 anni dei quali 20 in carrozzina. Anni spesi anche a lottare appunto contro le barriere architettoniche con un progetto da lei ideato e condotto che aveva trovato l’appoggio persino di Dario Fo».

 

Ora direttore il suo impegno in merito quale è?

«Concludo parlandovi di Handy Superabile, un’Associazione onlus di cui faccio parte impegnata nel promuovere concreti progetti di alto valore sociale in collaborazione con le istituzioni pubbliche ed i soggetti privati, sviluppando percorsi di autonomia ed integrazione sociale per i diversamente abili in tutti i settori, dallo sport fino al turismo accessibile. Abbiamo controllato ogni singolo dettaglio legato all’accessibilità affinché un individuo con disabilità possa pianificare le proprie vacanze con la massima sicurezza e tranquillità. Siamo turisti armati di metro e livella per realizzare report assolutamente dettagliati e utili ai tanti utenti che visitano il sito e grazie ad esso viaggiano a colpo sicuro. Abbiamo recensito 459 strutture in Italia, 12 alle Canarie, altre 12 tra Turchia e isole greche, 10 a Cuba (mia terra adottiva), 6 in Spagna, 4 in Madagascar, 3 in Egitto e ancora altre in giro per il Mediterraneo. Chi fosse interessato può visitare il sito www.handysuperabile.org» (G.A.)

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Gabriele Arlotti ha scritto 2339 articoli per Studio Arlotti

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