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2 gennaio 2018 12:48 — 0 Commenti

Maestosa: da 3 secoli la quercia di Vologno domina sull’Appennino #alberimonumentali #alberi

 E’ viva e vegeta ed è prossima ai 3 secoli di vita. E’ la quercia di San Prospero, accanto all’omonima chiesa di Vologno a Castelnovo Monti. Ci aveva incuriosito un video su Youtube

Valido Capodarca

caricato da Valido Capodarca, “cercatore d’alberi monumentali” e scrittore. 

Raccontava di un viaggio di oltre 30 anni fa –   tratto dal volume “Emilia Romagna, 80 alberi da salvare” – , un viaggio percorso non senza fatica, su segnalazione di un amico. “Una di quelle querce oltre 5 metri di diametro, che valgono una segnalazione, una foto, una piccola capatina”.

Valido salì e il fusto di questa quercia di Vologno segnava 4,75 metri di diametro. All’epoca una piccola delusione dato che la scheda della forestale parlava di 5 metri. Così, noi di Redacon, qualche settimana fa, con la quercia ancora in foglia, siamo saliti a distanza di 32 anni da quel viaggio e abbiamo voluto misurarla. Il risultato? 5,40 cm!

Per conoscere l’età di un albero, senza tagliarlo per contargli gli anelli, i sistemi riconosciuti sono l’uso del succhiello di Pressler e del resistografo di Bongarzoni. Se nessuno di questi strumenti è stato usato su questa quercia, si possono solo fare delle stime – spiega Valido Capodarca a Redacon -. Una la si può fare con quello che io, con un po’ di autoironia, chiamo il… metodo Capodarca (d’altronde, non è un sistema ritenuto valido e nessuno se ne è attribuito la paternità; me lo attribuisco perché io sono in possesso delle più antiche misurazioni in assoluto, avendo cominciato nel 1979 mentre il Corpo Forestale ha cominciato nel 1982). Consiste nel confrontare due circonferenze del tronco a distanza di molti anni, vedere la differenza, e dividere la differenza per il numero degli anni trascorsi. Si ottiene il tasso di crescita annuo per il periodo preso in esame. Supponendo un tasso costante nel tempo, si divide la circonferenza attuale per questo tasso e si avrebbe l’età. Nel caso della quercia di Vologno, la misurazione del 1985 è stata di 4,75; quella del 2017 è stata 5,40. La pianta è perciò cresciuta di 65 cm in 32 anni; arrotondati, 2 cm l’anno. Dividendo i 540  per 2 si avrebbero 270 anni (i botanici di professione staranno ridendo a crepapelle). E’ un po’ come le “proiezioni” quando si fa lo spoglio delle schede alle votazioni: quando i votanti sono 270 mila, dopo 32 mila schede scrutinate le proiezioni sono abbastanza attendibili”.

 

Un albero, tuttavia non è un’urna elettorale…

“Esatto  e sfugge a questi calcoli – osserva l’esperto -. Di regola, con l’avanzare dell’età la crescita diminuisce (infatti, quando si taglia un albero si scopre che gli anelli più esterni sono molto più sottili, a volte visibili con la lente d’ingrandimento); perciò, se in gioventù la quercia fosse cresciuta più velocemente, essa avrebbe meno dei 270 stimati. Ma può verificarsi il caso opposto: quello di un albero che ha una crescita lentissima nel primo periodo, poi le radici raggiungono una ricca falda freatica e da quel momento la crescita prende il galoppo. E’ il caso della Quercia di Valle, a Brisighella, una delle più grandi dell’Emilia Romagna (nella foto). Solo 140 anni, ma la sua  crescita ha preso un ritmo forsennato da quando le radici hanno raggiunto un pozzo a 50 metri di distanza, prosciugandolo. Da escludere, però, che la quercia di Vologno risalga a quando la chiesa di San Prospero venne costruita in stile romanico. Quasi certo, invece, che esistesse quando venne ricostruita per l’ultima volta”.

 

Ci troviamo quindi certamente dinnanzi a un albero ricco di storia. Sarebbe nata all’incirca quando Luigi XV regnava in Francia, era in corso la Guerra di successione austriaca dopo l’ascesa al trono di Maria Teresa d’Austria e nel 1700 in Appennino, dove il pecorino la vinceva sul formadio, venivano ricostruite molte chiese tra queste, appunto, quella di San Prosepero di Vologno. Oggi quale valore può avere misurare gli alberi?

“Esistono più risposte a questa domanda. Dopo decenni di un’attesa che si può dire iniziata nel 1969 quando Franco Tassi (Direttore del Parco Nazionale d’Abruzzo) diede inizio all’Operazione Grande Albero, e dietro l’insistenza di associazioni ambientaliste e singoli appassionati, finalmente la legge 10/2013 è stata emanata a tutela degli alberi monumentali. La legge stessa stabilisce quali sono i criteri sulla base dei quali un albero può essere definito monumentale. Il primo, ma non unico, è: ‘dimensioni eccezionali rispetto a quelle abituali della specie di appartenenza’. Ma quando, le dimensioni possono essere ritenute eccezionali? Il primo parametro è la circonferenza del fusto, rilevata a m. 1,30 da terra (la legge precisa anche come debba essere calcolato l’1,30 quando il terreno è in pendio, quando invece è l’albero a pendere, quando il fusto è più basso di 1,30,…). In apposito specchio, vengono fissate le misure minime che deve avere il fusto, a seconda della specie. E’ ovvio che se a raggiungere i 4 metri è un castagno o un platano, esso ha un dato valore; se invece è un agrifoglio ne ha uno ben diverso. Ovviamente, le misure hanno funzione di orientamento, nel senso che non si può decretare monumentali tutti gli alberi sopra la misura fissata ed escludere  tutti gli altri. A decidere saranno poi l’esperienza, l’intelligenza e la sensibilità dell’operatore. Io porto, come esempio più classico, quella che  quasi tutti sono concordi a definire la quercia più bella d’Italia, la Quercia delle Streghe di Capannori (foto sotto). Solo recentemente ha raggiunto una circonferenza sufficiente, ma come si può escludere una quercia del genere? Ha un diametro di chioma di quasi 40 metri (primato italiano per una quercia), leggende e storie che riempirebbero un libro, un aspetto che richiama turisti da tutta Italia…”

Quercia delle Streghe di Capannori

 

Quindi?

“La seconda ragione chiama in causa i ‘cercatori di alberi’, persone che hanno come hobby quello di andare in giro a scoprire o visitare grandi alberi, alla stregua di come tutti andrebbero a visitare monumenti architettonici. Io li chiamo gli ammalati di “alberite”, una malattia incurabile, con la quale si può solo convivere. Negli anni ottanta eravamo solo in cinque, in tutta Italia, alcuni in contatto fra loro. Oggi, con Internet, molti si sono contagiati e siamo diverse decine. Fra di noi ci scambiamo foto, notizie e misure e spesso sopperiamo alle inadempienze di pubbliche amministrazioni nel censire gli alberi. La foto ci fa conoscere l’aspetto della pianta, ma solo la misura ci rende concreta la sua “fisicità”. Per esempio, a proposito della quercia di Vologno, dubito che Elia Fontana si sarebbe mosso da Piacenza o Carlo Mantovani da Carpi per andare a vedere una quercia di m. 4,75 quanti ne misurava 32 anni fa; sono quasi sicuro che lo faranno per una di 5,40 quanti ne misura ora. La terza ragione chiama in causa la salute di una pianta. Il monitoraggio continuo ce lo fa conoscere. L’albero, al contrario degli animali, non cessa mai di crescere, fino all’ultimo giorno di vita. Tuttavia, nella fase di giovinezza e di maturità, esso impiega tutte le sue risorse per crescere. Quando, con la vecchiaia, subentrano problemi di salute, esso destina sempre più queste risorse a cercare di sopravvivere, sanare ferite, combattere parassiti, e sempre meno a crescere. Perciò, un rallentamento del ritmo di crescita deve indurci in allarme e farci sospettare che la pianta abbia dei problemi. Esempio attuale: il Quercione delle Checche (foto sotto) in Val d’Orcia, comune di Pienza (SI). La circonferenza del suo fusto era passata da 4,30 del 1982 a 4,70 del 2002, a 4,90 del 2012 (una crescita costante di 2 cm l’anno; dal 2012 al 2017 è cresciuto di soli 3 cm; infatti in questi anni ha già subito lo schianto di due rami, è stato colpito da un fulmine, l’apparato radicale presenta problemi”.

Quercione delle Checche in Val d’Orcia, comune di Pienza (SI)

 

La quercia di Vologno, per quanto bitorzoluta già all’epoca del suo primo viaggio, pare ancora in buona salute. Quale valore ambientale hanno questo tipo di querce?

“Premetto che non sono un botanico né un agronomo; mi definiscono ‘lo storico’ degli alberi, perché di essi io ho sempre cercato le vicende biografiche legate ai suoi rapporti sia con l’uomo che con la natura; ho sempre detto che sono uno che capisce poco di alberi, e scrive per chi ne capisce ancora meno. La quercia, a mio giudizio, ha valore ambientale diverso a seconda delle regione in cui si trova. La quercia è, per le Marche e l’Abruzzo, quello che è il cipresso per la Toscana, l’ulivo per la Puglia e, forse, il pioppo per l’Emilia Romagna. Nelle Marche essa caratterizza il paesaggio; se sparisce la quercia esso viene stravolto. Essa ha avuto un valore determinante nella vita dei contadini; immancabile era la grande quercia sull’aia di ogni casa colonica e contribuiva all’economia familiare con le ghiande per nutrire i maiali; con la legna per l’inverno ricavata dalle potature; al riparo della sua ombra, d’estate si tenevano molta parte delle operazioni quotidiane; quando una quercia, dopo aver servito numerose generazioni di contadini, imboccava il viale del tramonto, il contadino cominciava ad allevarne un’altra. Oggi, molte di queste querce, che sono rimaste accanto alle migliaia di case coloniche abbandonate, sono censite fra gli alberi monumentali ma, giunte al termine del loro ciclo vitale, e quasi colte da una sorta di depressione per l’abbandono cui sono state costrette, stanno morendo una dopo l’altra. Sotto la quercia di Sarrocciano (MC, nella foto) era stato ricavato un recinto per maiali, in modo che i maiali mangiassero direttamente le ghiande cadute. Quando, negli anni ottanta, i contadini lasciarono la casa con l’abolizione della mezzadria, la quercia cominciò a deperire e morì. Oggi non c’è più niente, solo la casa”.

Quercia di Sarrocciano (MC)

 

Giuseppe Giovanelli, storico, ricorda che era “solita l’abitudine di circondare gli edifici con robuste piante di quercia per difenderle dai venti”. E nell’Ottocento venne fatto un decreto ducale con la proibizione di esportare il carbone di legna, dato che era invalsa la pratica di scortecciare le querce per farne carbone che metteva a serio rischio il patrimonio forestale della montagna. Un problema che lascia segni ancora attuali.

La chiesa di Vologno negli anni ’30 del Novecento

“Infatti – aggiunge Fausto Giovanelli, presidente del Parco nazionale dell’Appennino – in montagna con la ceduazione e le necessità del vivere quotidiano ci hanno lasciato poche piante antiche. Le cartoline di inizio secolo scorso dimostrano quanto fosse spoglio l’Appennino in fatto di alberi. Oggi abbiamo boschi diffusi, ma giovani e relativamente semplici. Nei prossimi 5 anni il Parco nazionale si concentrerà proprio su questo fronte. Faremo quindi un inventario delle piante più belle, dalla quercia di Vologno ai faggi del Ventasso, e cercheremo di ragionare approfonditamente sul bosco in termini di attenzione e valorizzazione. Il bosco dopo l’abbandono rurale degli ultimi 30 anni ha fatto crescere il bosco più in termini di quantità che di qualità. La quercia di Vologno, che mi ha sempre colpito nella sua straordinaria bellezza assieme a quella del luogo, è un bell’esempio per riprendere a mano questo tema”.

 

 

 

CHI E’ VALIDO CAPODARCA

 

Sono nato a Porchia, frazione di Montalto Marche (AP) l’8 agosto 1945. Mi sono laureato in lingue a Macerata, ma dal 1970 al 31/12/2000 ho svolto la carriera militare come ufficiale del Corpo Automobilistico dell’Esercito, andando in pensione con il grado di Colonnello. Dal 1 gennaio 2001 trascorro la mia vecchiaia in questo modo: coltivo il mio campicello di 3000 mq, canto in tre corali e suono le tastiere in un gruppo musicale, ho continuato a scrivere libri, faccio il volontario come autista della Croce Verde, tengo conferenze (in genere scuole e sedi di associazioni) sugli alberi monumentali, oppure sulla Prima Guerra Mondiale, oppure sul fiume Aso.

La mia attività letteraria comprende: 8 libri sugli alberi monumentali delle seguenti regioni: Toscana (3 libri), Marche (2 libri) e Emilia Romagna, Abruzzo e Lazio (1 libro ciascuna), pubblicati da editori diversi fra il 1983 e il 2011; l’opera in tre volumi Immagini ed Evoluzione del Corpo Automobilistico, che mi era stata commissionata dal Comando del Corpo Automobilistico, del 1994-95; Ultim Voci dalla Grande Guerra (1991), che contiene 30 interviste ad altrettanti fra gli ultimi superstiti della Prima Guerra Mondiale (29 italiani e 1 austriaco); Viaggio lungo l’Aso, del 2012.

L’interesse per i grandi alberi era nato nel 1979, ma inizialmente era solo una raccolta di foto sull’argomento, di alberi della Toscana e delle Marche; negli album, accompagnavo le foto con ricche didascalie e racconti delle vicende degli stessi alberi. Quando mi accorsi che in pratica avevo scritto due libri,li proposi a Vallecchi che, nel 1983 mi pubblicava “Toscana, cento alberi da salvare”. E’ stato il primo libro pubblicato in Italia (ma forse anche nel mondo) sul tema. Dietro il successo dl primo libro Vallecchi pubblicava anche quello sulle Marche, nel 1984, e successivamente Emilia Romagna… Ho chiuso la mia attività di scrittore con Viaggio lungo l’Aso, il fiume della mia infanzia e di tutta la vita.

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A proposito dell'autore

Gabriele Arlotti ha scritto 2381 articoli per Studio Arlotti

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