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5 ottobre 2017 11:41 — 0 Commenti

Il mistero dei terramaricoli sul Monte Valestra

 

Provate a mettere assieme il cambiamento climatico (che riduce le risorse), chi pericolosamente lo nega (Donald Trump), l’esplosione demografica (che prosegue inarrestata a livello globale) e un uno scavo archeologico (sul Monte Valestra) alla ricerca della civiltà scomparsa delle Terramare. Cosa ne potrebbe risultare?

Che ne potremmo sapere molto di più su quanto può avvenire nel nostro pianeta. 

“C’è un dato inequivocabile – spiega Mauro Cremaschi, geologo e archeologo del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Milano – la Civiltà delle Terramare ebbe nel nord Italia 4 secoli di vita, dal 1550 a.C. al 1150 a.C.. Poi, improvvisamente, scomparse. Sul Monte Valestra, invece, ciò non è avvenuto e i Terramaricoli sono vissuti molto più a lungo: cosa è successo di diverso?”

Il professor Mauro Cremaschi

Prende corpo da qui il nuovo scavo archeologico sulla sommità di uno dei monti più caratteristici dell’Appennino. In campo un progetto Prin, di interesse sociale appunto, finanziato dal Ministero della ricerca all’Università di Milano, che ha messo in campo 7 persone qui stabilmente per 3 settimane a fare scavi, e che intende fornire una soluzione a questi affascinanti misteri della storia, la cui soluzione avrebbe utilità anche per conoscere il nostro futuro. Nel progetto sono coinvolti anche paleobotanici dell’Università di Modena e Reggio, con la professoressa Annamaria Mercuri, i geochimici dell’Università di Pisa, con il professor Gianni Zanchetta, e gli speleologi del Gruppo G. Chierici di Reggio, impegnati a cercare tracce di questa civiltà nella grotta adiacente allo scavo, la grotta Malvolti. Per la precisione siamo poco sotto l’oratorio di San Michele, “dove un tempo c’era un villaggio, fatto di case in legno, in cui probabilmente – spiega il professor Cremaschi – vivevano centinaia di persone nell’epoca del bronzo”.

Lo scavo realizzato sul Monte Valestra

“Vede – spiega il professore – le Terramare le ritroviamo da Piacenza a Bologna, dall’Appennino sino al Mantovano e al cremonese, ne sono noti almeno 250 villaggi, i più grandi estesi sino a 20 ettari, tra cui, nel reggiano, a Poviglio, Castellarano, Campegine, Sant’Ilario, Arceto… è una civiltà molto evoluta, che pratica l’agricoltura e, in pianura, avvia considerevoli opere di disboscamento (sino all’80% del territorio), utilizzando l’acqua incanalata da un canale derivatore e portata alla periferia degli abitati maggiori  sia per scopi difensivi che di irrigazione. Una civiltà che ebbe una grande crescita demografica e improvvisamente crollò. Perché? Probabilmente aveva esaurito, in pianura, le risorse e raggiunto il limite della sostenibilità delle persone – un po’ come sta avvenendo ora nel mondo? ndr – . Inoltre, i loro villaggi non erano organizzati da un punto di vista sociale e amministrativo, come invece le città dell’epoca romana o dell’Oriente”. A questo si aggiunge il sospetto di “una fase arida del clima che avrebbe accelerato la fine delle risorse”.

“L’idea che abbiamo avuto – spiega Cremaschi – è stata quella di paragonare lo sviluppo e la fine delle Terramare a un posto, come qui sul Valestra, dove il crollo non c’è stato. E capire il perché”.

L’equipe dell’Università di Milano che ha partecipato allo scavo

Quanto è durata di più la vita di queste persone sul monte dall’inconfondibile vetta?

“Almeno 3-4 secoli. Cosa è successo? Va ricordato che questo sito venne individuato negli anni Cinquanta del Novecento dal Cai di Modena che, penetrando nella grotta delle stalattiti e nella grotta  Malvolti, aveva trovato cocci di preistorici e, quindi, decise di scavare intorno e ciò avvenne dal 1965 al 1972. Vennero individuati molti reperti ora conservati ai musei di Reggio e grazie ad essi sappiamo questo era un villaggio in stretti rapporti con le Terramare ma, anche, che aveva vissuto molto più a lungo. Un villaggio posto in una sella a strapiombo sul monte, lunga 130 metri e larga 20, di cui ancora non è stato individuato dove avvenissero le inumazioni che però venivano fatte solo per i più abbienti, mentre le persone di ceto medio basso venivano cremate”.

Dal punto di vista tecnico c’è una sostanziale differenza tra lo scavo di 60 anni fa e quello di oggi: “Un tempo si abbandonavano gli scavi aperti, oggi non si opera più così e, al termine dei lavori, tutto viene ricoperto come prima, a beneficio di futuri studi”.

“L’indagine conclusosi lo scorso 15 settembre è partita con un miniscavatore ed è proseguito con piccole ‘cazzuole’ da archeologo.  Se guardiamo al fronte dello scavo, una parete verticale di 2,5 metri, osserviamo alla base una parte di sassi, la parte più antica del Bronzo Recente – 1300 – 1200 a. C. – quindi sedimenti successivi che documentano la vita dei secoli a seguire, passando dal Bronzo Avanzato – 1.100 a. C. – ma anche in epoca più recente: lo documenteranno più in dettaglio i pollini che stiamo prelevando e che ci diranno anche quali erano nei secoli le piante presenti. Nel mentre per trovare le tracce dei cambiamenti climatici, oltre che con i sedimenti e i pollini, abbiamo chiesto agli speleologi, accompagnati dall’Università di Pisa, di recuperare speleotemi, ovvero le sostanze contenute nelle stalattiti e stalagmiti nella grotta adiacente, sino a – 70 metri di profondità, e dare indicazioni proprio sulle mutazioni del clima”.

Cosa hanno trovato gli archeologi?

“Carboni, ossa di maiali e di buoi, cocci di vasi prodotti in loco di diverse epoche e molto altro: era una popolazione dedita all’allevamento, come la pastorizia, al commercio e altro. Tra cui qualche curiosità come un amo che abbiamo rinvenuto con questi scavi che dimostra l’attività della pesca, o una ruota di un carro del sole, destinato a portare una riproduzione della nostra stella, il mondo simbolico in cui probabilmente credevano. Ma anche tanti frammenti di corna di cervo – probabilmente lo scavo ha interessato la casa di un antico artigiano del tempo – che veniva utilizzato per la sua grande resistenza e lavorabilità (si producevano spatole, asce, strumenti da taglio…): probabilmente qui si raccoglievano nei boschi le corna di cervo destinate alla pianura, dove di boschi per cervi non ce ne erano quasi più. L’abitato  viene sepolto da una massiccia frana  e di conseguenza abbandonato  alla fine dell’ età del Bronzo o al primo inizio dell’ età del Ferro   circa 800 anni a.C, forse in coincidenza con un importante periodo di raffreddamento che  causò anche una marcata avanzata dei ghiacciai alpini. L’insediamento venne però ripreso in età medievale, della quale è stato scoperto un tratto di muro pertinente ad un piccolo edificio.

Dove finiscono i reperti e le ceramiche rinvenute?

“Alla base operativa di Poviglio, dove sono lavati, classificati, restaurati su indicazione della Sovrintendenza per i beni archeologici di Bologna e, quindi, al Museo di Reggio”.

Che idea vi siete sin qui fatti?

“Che certamente qui sul Valestra c’era una piccola capitale dell’Età del Bronzo. Mentre la siccità manda in crisi la cerealicoltura in pianura, qui la vita continuò. Il progetto di ricerca non è concluso e dura due anni: l’anno prossimo vorremmo proseguire con gli scavi. I prossimi mesi saranno dedicati alle attività di laboratorio, nelle sedi universitarie coinvolte.  Anche svolgere attività di documentazione di quanto stiamo scoprendo, certamente, è utile alla crescita della coscienza sociale”.  (Gabriele Arlotti)

 

 

 

QUELLE SCAVAZIONI… ABUSIVE

 

Durante gli scavi sul Monte Valestra sono stati purtroppo rinvenuti e classificati anche elementi della nostra era, abbandonati da “tombaroli” che dal 1972 – anno di chiusura di una precedente campagna archeologica – ad oggi hanno saccheggiato il sito. “Questo fa parte dell’archeologia post scavo” ha proseguito il prof. Cremaschi, che ha rilevato come una trincea di fine indagine di 4 metri per 13 all’inizio degli anni settanta, sia diventata per effetto delle escavazioni abusive un cratere di 10 metri di diametro di oggi. 

 

 

LA SODDISFAZIONE DEL SINDACO

 

Il sindaco di Carpinenti, Tiziano Borghi, ha manifestato oltre che una profonda attenzione alle attività di scavo, un interessamento per la divulgazione dei ragguardevoli risultati scientifici che sono scaturiti. A questo fine,  acquisita la disponibilità del professor Mauro Cremaschi a tenere una conferenza illustrativa, organizzerà non appena la relazione finale della ricerca sarà pronta, un incontro informativo con gli studenti delle scuole superiori, aperto anche ai cittadini che vorranno partecipare. 

 

 

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Gabriele Arlotti ha scritto 2314 articoli per Studio Arlotti

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