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13 settembre 2016 11:40 — 0 Commenti

Veleno * – Il racconto del cane da pastore che amava i bambini e… tornava a casa in #Appennino

Veleno era un cane con un insolito naso all’insù, una macchia bianca sulla coda e una sul petto, poco sopra il cuore. Veleno alla Ca’ Nova lo conoscevano tutti. Era di mezza taglia, pelo lungo arruffato, sempre inzaccherato di terra. Nel bosco lo si sarebbe potuto anche scambiare per un piccolo di cinghiale. Ma, a differenza di quest’ultimo, i lupi lui non li temeva. Li rispettava, li segnalava, li allontanava dal gregge come e meglio di quattro cani da pastore assieme. Non disdegnava, poi, i complimenti dei bambini di ritorno da scuola sui quali, per altro, vegliava da sconosciuti viandanti o, credevano i piccoli, anche da bestie fameliche.

 

Tobia, del gruppo dei monelli, era il più attento. E, un giorno, decise di parlare di lui nel tema. «Veleno è il cane più bello che ci sia. Il suo padrone, però, ha sbagliato a chiamarlo. Perché lui, al posto del sangue, ha lo zucchero. Il che, mi ha spiegato il mio papà, lo rende l’animale più dolce di tutta la vallata, anche sino a Vetto».

Il suo padrone era Florindo. Stempiato, due baffi corti come usava ai tempi della guerra, panciotto il dì di festa e un pesante maglione di lana, anche contro il caldo, gli altri giorni dell’anno. La camicia, un tempo, doveva essere stata bianca. Campava, senza una moglie, di sigarette e delle caciotte che faceva in casa.

«Veleno di mestiere fa il cane guardia gregge – spiegò convinto Tobia alla maestra che lo interrogava su come si potesse definire un cane dolce come lo zucchero – e lui non perde mai un agnello. Sa come difendersi dal lupo e protegge anche noi bambini». Una mascotte, insomma, volendo usare una di quelle nuove parole apprese dai quiz che si sentivano in quel nuovo apparecchio con tante immagini che era giunto da poco nelle case.

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Ma Florindo, prossimo a smettere le pecore, era un uomo pratico. Un giorno, vendette Veleno. Anzi, lo affittò.

«Senta Florindo, facciamo così: io devo portare al pascolo le manze d’estate. E non credo che sia possibile affittare un cane per quattro mesi all’anno. Ma se lei ne è così sicuro, allora le pagherò un decimo, anzi due volte il valore di un buon cane da pastore. Le darò il convenuto a San Martino per ogni anno che lo utilizzerò» sentenziò, sputandosi sulla mano e stringendola all’uomo. Lui era Celso da Voglione, uomo di parola, berretto alla dio ti fulmini calato in zucca, di professione allevatore.

A dover di cronaca, Florindo non si godette a lungo le duemila lire incassate, morì poche settimane dall’aver venduto il gregge e consegnato Veleno al nuovo “padrone estivo”. Saputolo, Celso si ripromise di tenere fede al patto di affittare il cane anche l’anno venturo. Lo aveva promesso. «Il pagamento? Lo farò in messe al prete di Nigone, per l’anima di Florindo».

 

Voglione, nel vettese, era un borgo affacciato su orridi da togliere il fiato. La Pietra, Frascaro e il Ventasso sullo sfondo, boschi lungo le uniche due carraie d’accesso. Una in parte ghiaiata, l’altra sterrata e, che, più in alto, conduceva al pascolo delle manze. Terra argillosa quanto fertile, quella. Anche ben esposta, che produceva senza irrigare dell’ottimo prato stabile o erba Spagna per le vacche.

 

Sceso dal camion Veleno se ne fece una ragione. E capì, anche, quello che era il suo nuovo mestiere e, forse, anche che non avrebbe mai più rivisto Florindo. Si adattò alla svelta agli animali di nuova taglia da condurre in alto al pascolo, anche perché Celso era davvero un galantuomo. In cambio del suo divertirsi appresso al manzolame, la razione di mangiare che riceveva dall’uomo era doppia rispetto a quella che conosceva. E, quando divennero davvero amici, quasi al pari di cane e padrone, fecero un patto: «Tu la sera dal Monte mi riconduci da solo a casa le manze. Una volta che saranno tutte in stalla dormirai con me». Celso ne risparmiò in camminate, dato che l’età non lo aiutava più come in gioventù, e Veleno ottenne quello che aveva sempre desiderato: dormire in casa ai piedi di una vera stufa economica che ne stordiva l’olfatto prima del sonno con i suoi mille profumi che raccontavano di polenta, cordoli di salsiccia o latte messo a bollire prima del mattino. L’indomani, all’alba, sarebbe salito con Celso al lago e poi al pascolo e, la sera, le avrebbe riportate a casa per conto suo. Fu così per tutta l’estate.

 

«I patti sono patti – disse Celso a Veleno quando, con i giorni brevi, lo scorgeva più spesso al limitare del bosco, col naso a Sud, in direzione Ca’ Nova –. Ma so che tu saresti voluto tornare a casa tua ugualmente. Se vorrai, l’anno prossimo, ti aspetterò».

Settembre di quell’anno sul finire dei Sessanta si prolungò con caldo e campi aridi, cui nulla poteva fare la fertile terra per cavarne ancora essenze da foraggio. Così, le manze, a pochi giorni dall’inizio della scuola erano già in stalla gravide e in attesa di divenire vacche già prima dell’inverno. Una sera di cielo terso e aria frizzante sulla corte di Voglione, Veleno uscì di casa col naso in punta quasi a mirar la luna e le stelle, ma non fece ritorno.

 

«Sapevamo che saresti tornato» urlarono di gioia Tobia e i suoi amici che, bisaccia in spalla, salivano alla scuola di Ca’ Nova. E via di corsa. Chi saltando. Chi cantando. E chi rincorrendo Veleno, proprio come sempre anzi, ora, toccava a loro accudirlo, un po’ per ogni casa. Per tutta la cattiva stagione.

 

«…Sancta Maria, ora pro nobis. Sancta Dei Genitrix, ora pro nobis. Sancta Virgo virginum, ora pro nobis…». Al tempo delle rose, le sere di maggio, le litanie accompagnavano a Ca’ Nova. I bambini, terminata la scuola, erano chiamati a dare il loro contributo ai genitori nei campi. Toccava, ora, a Veleno, tenere fede al patto.

 

Celso, vedendoselo parere innanzi, non credette ai suoi occhi. Era lì scodinzolante e assetato di buon mattino sul portone di Voglione. Doveva aver corso tutta la notte. Gli si inumidirono gli occhi. Cacciò dalla mente il pensiero di avere duemila lire in meno in tasca, cacciò in gola un nodo che non era concesso a uomini forgiati di terra e sudore come lui. Lo dissetò e rifocillò come si comanda a un cane con una stella sul cuore e un ciuffo bianco sulla coda. Accadde così anche l’anno successivo, e quello dopo, e quello dopo ancora, e per tante altre primavere che non saprei contare.

Anzi, c’è ancora chi, passando per Voglione, è convinto di scorgere Veleno correre su e giù dal Monte la mattina presto. Poi, la sera, c’è chi sente ancora i campanacci delle manze di ritorno. Ma le chiamano suggestioni.

 

* * *

 

Quella mattina l’ingegner Tobia era reduce da una notte insonne. Non aveva trovato da parcheggiare. Era in ritardo con le troppe pratiche. Non aveva voglia di ricevere nessuno in ufficio. «Al diavolo i geometri. Al diavolo il direttore. Al diavolo i lavori. Al diavolo questa maledetta pianura».

Poi, il suo sguardo, cadde tra le tante carpettine di lavoro posate ordinatamente sul tavolo, in particolare su una che non aveva vista prima. “Appalto per la sistemazione della strada interpoderale per Voglione”. Fu allora che si affacciò alla finestra che dava a Ovest sulla Ghiara e, a Sud, alle montagne all’orizzonte. Tra le nubi grigie di settembre, ne scorse due piccole, bianche e arruffate che pareva volessero avvelenare di colore, luci e salti quel cielo così triste e ingabbiato da una finestra d’ufficio. In lontananza o forse nella sua mente, vide un bambino giocare col cane. Sorrise.

(Gabriele Arlotti – © – )

 

 

* Liberamente ispirato a un cane realmente esistito. E a rosari che, la sera, sentivo recitare in latino, senza capirne le parole, a Rodogno.

Dedicato a tutti coloro che ascoltando il suono dei campanacci odono suono di pascoli e di libertà.

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