Cronaca, ,


8 febbraio 2011 10:04 — 1 Commento

“Sono passata dalla prigionia alla prigione”. Ma il gentiluomo non ha vinto

di Gabriele Arlotti

CERREDOLO (Toano, 8 febbraio 2010) – Un po’ bambina. Un po’ guerriera. Orgogliosamente montanara e a testa alta contro un finto gentiluomo che, un giorno, ha iniziato ad approfittare di lei. Ne è uscita scrivendone un libro destinato a destare scalpore, soprattutto all’imbocco della valle del Secchia, dove il fiume segna ancora il confine tra reggiano modenese, ma dove queste storie paiono relegate solo alle cronache delle città. Storie di spinte, di calci, di una cinta intorno al collo e che lasciano segni, lividi che restano per sempre insieme alla distruzione psicologica… E parole come pietre e frecce: “Non sei niente, non vali niente, senza di me sei una fallita. Stai zitta, non sai un cazzo, sei una stupida…”

E lei, Marzia Schenetti, 45 anni di Cerredolo di Toano, da una storia di stalking ne è uscita a testa alta, scrivendone un libro, “Il Gentiluomo” (Ed. Il Ciliegio, già prenotabile), che sarà presentato alla Fiera del Libro Modena, alla Sala Pivano, domenica 20 febbraio alle ore 16.30.

Il Gentiluomo: perché?

“Sono sempre più convinta che le coincidenze sono come i sassi di Hansel e Gretel – risponde Marzia -. Bisogna vederle, capirle e seguirle. Un giorno è entrato nella mia vita il gentiluomo… Si è fermata, così, una vita e, ora, sto cercando di costruirne un’altra nuova. Sono passata da una prigionia ad una prigione. La prigionia è lo stato in cui vive una donna che ha la sfortuna d’imbattersi in un profilo di stalker seriale. La prigione è lo stato in cui ci si ritrova successivamente. E’ lo stato del morboso ricordo, lo stallo del senso incompiuto di giustizia.

E?

“Da lì nasce l’esigenza principale del libro. Quella di prosciugare il dolore con qualcosa che mi rendesse così nuda da non provare più vergogna”.

Chi leggerà “Il Gentiluomo” cosa vi troverà?

“Non sentirà parlare di stalking o di violenza, ma vivrà attimo per attimo, giorno per giorno l’incubo di una donna. E’ una storia di vita, di quelle che ci passano a fianco tutti i giorni senza neanche vederle”.

Matilde, questo lo pseudonimo che usi, come ha trovato la forza per uscirne?

“C’e’ sempre in ogni situazione un punto di non ritorno, io ho percepito quel punto. Dovevo scegliere se esistere o non esistere mai più”.

Della tua vicenda hai avuto giustizia nelle sedi giudiziali opportune?

“Il mio libro è un invito al riscatto. Questo comporta coraggio, e tanta tanta energia, per arrivare ad avere giustizia. Io lotto ancora adesso per ottenerla”.

Chi ti ha fatto male leggerà questo libro: cosa proverà?

“Penso che sarà il primo a prenotarlo. O forse avrà trovato il modo di averlo in anteprima. Ma i lettori potranno ben capire quanto diabolico sia il gentiluomo. Falcone disse una frase passata tristemente alla storia che amo tantissimo: ‘l’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa’. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza. Io ho imparato a convivere con la paura senza rinunciare a lottare per riavere ciò che mi è stato tolto”.

Una storia difficile. Come lo hai scritto e come sei arrivata a una casa editrice?

“Ho scritto queste pagine in un mese, passando giorno e notte al pc. Una persona a me molto cara mi sfidò e disse… ‘perché su quanto ti è accaduto non ci scrivi un libro…’ e io lo iniziai. E mentre scrivevo ripercorrevo ogni dolore, con la stessa ansia, la stessa paura, la stessa rabbia, ma tutto si fermava finalmente su quei fogli e prendeva forma di nuovo la mia vita. Una volta ultimato ho inviato il manoscritto a due persone per avere un’idea dell’impatto e la loro commozione sincera mi ha incoraggiato, mi ha riempito, mi ha ridato un po’ di me. Così lo ho inviato a diverse case editrici e per un mese ho ricevuto proposte di contratti di ogni tipo, ma non ho avuto fretta. Finalmente ho ricevuto un contratto senza nessun genere di clausole. Giovanna la mia editrice de Il ciliegio, che ancora ringrazio, ha creduto semplicemente in me e ci ha messo il cuore”.

A chi lo dedichi?

“A mia madre grande protagonista della mia vita e della mia storia”

L’AUTRICE

Chi è Marzia Schenetti?

“Sono una donna di montagna con i miei 45 anni di bene e di male. Sono cresciuta con la musica nel cuore e ho sempre pensato che lei fosse il mio angelo custode tanto da poi trarne certezza in molte situazioni di vita. Mi sento una lottatrice e sono felice di sentirmi così”.

Ti riconosci quale elemento saliente?

“La mia caratteristica predominante penso sia la resistenza. Così amo le imprese difficili, scalare le montagne, portare avanti le cose in cui credo. Ho sempre avuto una grande esigenza di esprimere il mio mondo, quasi impossibile contenerlo”

E quindi?

“Così c’è la Marzia che canta, che dipinge – sua la copertina del libro ndr -, che scolpisce, che scrive da sempre. Però il mio destino mi ha portato su strade diverse così ho fatto l’imprenditrice per 15 anni e forse dovrei aprire un capitolo nuovo su cosa significa essere imprenditrice donna in montagna, ma sarà per un’altra volta…”

UNO STRALCIO DE “IL GENTILUOMO”

“…Il verde del campo sembrava diverso , un quadro fermo appeso a una parete. Un senso di disgusto mi riempì a un tratto per tutto quello che rappresentava; il campo, il treno, il freddo e lui: la sua pelle unta tra le palpebre e gli zigomi, la sua voce stridula e compressa e quella saliva biancastra che diventava colla e si fermava ai lati delle sue sottili labbra.

Lo guardai in lontananza come una macchietta arancione in quell’enorme giacca a vento e sentii il tormento di quei passi sulla terra bagnata come schiaffi sulla pelle, il treno e il suo fischio come un urlo tra i miei tanti soffocati dentro al cuore . Me ne andai… fu la mia prima vera distanza.”

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